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Cos'è la terapia cognitivo comportamentale?


La psicoterapia cognitivo-comportamentale trova origine negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta grazie agli studi dello psichiatra e psicoterapeuta Aron T. Beck.

Il contributo di Beck consiste nell’aver portato alla luce la correlazione fra emozioni dolorose e pensieri: analizzare questi ultimi diventa un mezzo per comprendere la sofferenza di un individuo e le cause che determinano insorgenza e mantenimento di un disturbo. Di conseguenza, una presa di coscienza del fatto che i pensieri possono influenzare sensibilmente l’equilibrio emotivo di un soggetto: da qui la nascita della psicoterapia cognitiva, dove il pensiero rappresenta il problema ma anche la soluzione.

Accanto a Beck, precursore della psicoterapia cognitivo-comportamentale è Albert Ellis, con lo sviluppo della terapia razionale emotiva (Rational Emotive Behavior Therapy). Numerosi approcci terapeutici vedono la luce successivamente all’introduzione del cognitivismo: il costruttivismo di George Kelly, la terapia multimodale di Arnold Lazarus, il modello teorico di Michael Mahoney, il cognitivismo post-razionalista di Vittorio Guidano. La denominazione cognitivo-comportamentale si deve al frequente ricorso a tecniche di stampo comportamentista che la psicoterapia cognitiva è solita utilizzare.

L’approccio cognitivo-comportamentale è fondato su un saldo modello scientifico e l’efficacia di questa tipologia di trattamento viene confermata anche dall’American Psychiatric Association (APA) che, a supporto di tale conferma, pubblica nel 2000 un importante studio condotto su pazienti con disturbo di panico sulla famosa rivista scientifica statunitense Jama (David H. Barlow, PhD; Jack M. Gorman, MD; M. Katherine Shear, MD; et al. Cognitive-Behavioral Therapy, Imipramine, or Their Combination for Panic Disorder - A Randomized Controlled Trial).

La psicoterapia cognitiva trova quindi importante fondamento scientifico in numerosi studi controllati che ne attestano l’efficacia nel trattare la maggioranza dei disturbi di tipo psicologico (come ad esempio il disturbo depressivo maggiore, il disturbo di panico, i disturbi d’ansia, il disturbo ossessivo compulsivo). Rispetto alle patologie per cui è indicata una terapia farmacologica, sono state condotte ricerche dall’Istituto Superiore della Sanità e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che dimostrano come la terapia cognitiva porti a risultati di pari o maggiore entità, rivelandosi persino più adatta in quanto abbassa il rischio di ricaduta.

Perciò la premessa su cui si costruisce la psicoterapia cognitivo-comportamentale è lo stretto rapporto che intercorre fra i pensieri, le emozioni e i comportamenti: il pensiero e il comportamento presenti possono interferire con una problematica di tipo emotivo. È scientificamente dimostrato che le emozioni e i comportamenti sono conseguenza del soggettivo modo di interpretare una situazione (uno stesso evento può provocare reazioni contrastanti in individui diversi, o anche in uno stesso individuo in circostanze diverse). Il tentativo di dare per forza un senso a tutto conduce le persone a trarre determinate conclusioni, a convincersi di determinati significati che però potrebbero non corrispondere alla realtà e invece risultare disfunzionali al benessere individuale.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale trova proprio in questi pensieri disfunzionali il denominatore comune di tutti i disturbi. Tali convinzioni distorte possono attivarsi in modo rigido in qualunque tipo di contesto e dar vita a pensieri automatici negativi che generano sofferenza. La sofferenza può poi essere mantenuta dal pensiero disfunzionale che favorisce lo sviluppo di circoli viziosi. I circoli viziosi tengono vivi i sintomi e quindi il disturbo, e l’individuo può persino arrivare a non essere più in grado di cercare da sé una soluzione al problema: la sua capacità di problem-solving può venir compromessa. Lo scopo della psicoterapia cognitivo-comportamentale diventa quindi l’interruzione dei circoli viziosi.

Gli aspetti fondamentali che permettono di riconoscere nella psicoterapia cognitivo-comportamentale un valido strumento nel trattamento dei disturbi psicologici sono i seguenti:

  • Il solido fondamento scientifico
  • Il forte orientamento allo scopo (paziente e terapeuta si accordano insieme su quali siano gli obiettivi da perseguire e il terapeuta si avvale dello strumento dei test per valutare l’andamento della terapia)
  • Il focus sulla problematica presente (focus sul qui e ora, su ciò che affligge il paziente al momento attuale, senza mai perdere di vista il trascorso del paziente, che rappresenta una fonte di indicazioni preziosa)
  • Il rapporto fra paziente e terapeuta (un rapporto che si basa sulla collaborazione)
  • Il gran numero di tecniche di cui si avvale (tecniche che derivano dal comportamentismo e che variano a seconda del tipo di disturbo e dello stato della terapia)
  • Lo scopo di fornire al paziente gli strumenti che gli consentano di essere il terapeuta di se stesso (per continuare la strada per il benessere anche una volta concluso il percorso terapeutico)
  • Gli strumenti del terapeuta (lo strumento prediletto è la parola, il primo passo è sempre quello della conversazione, integrato poi dalle numerose tecniche cognitive e comportamentali, come ad esempio il dialogo socratico, la scoperta guidata, la tecnica dell’ABC, il problem-solving, gli esperimenti comportamentali, le coping-cards, l’esposizione, gli homework).

Fonte: terzocentro.it

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